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Emeka Ogboh – Behind the Yellow Haze (A-Ton, 2021)

La nuova frontiera della musica elettronica sembra sempre più essere in Africa. Basta sentire File Under Uk Metaplasm di Rian Treanor dell’anno scorso, nato da un interesse che Rian Treanor ha sviluppato attorno al singeli durante il Nyege Nyege Festival in Uganda, e soprattutto sempre dell’anno scorso Peel del musicista kenyota Joseph Kamaru aka KMRU, che più di ogni altro sembra aver riconfigurato ambient e drone. Quello africano è un filone che continua quest’anno con il sontuoso Behind the Yellow Haze dell’artista nigeriano Emeka Ogboh, attivo tanto nelle installazioni quanto nel soundscape e appena pubblicato dall’etichetta berlinese A-Ton, sublabel di Ostgut Ton.

Emeka Ogboh fa musica con lo stesso fiero distacco dal mondo del commercio con cui fa arte: non cerca contatti con gallerie e venditori e preferisce passare il tempo a distillare birra piuttosto che a farsi auto-promozione. Il disco appena pubblicato da A-Ton era in realtà nato come parte integrante sonora di una installazione che Ogboh aveva allestito per la mostra No Condition is Permanent per la Galerie Imane Farès a Parigi nell’ormai lontano 2018. La cosa che per certi versi sorprende è che qui si trovano le stesse direzioni che l’anno scorso pilotavano Peel di KMRU verso una musica ambient che andava a fondo sia nella lunghezza dei pezzi che nella loro profondità e intensità, come su due assi cartesiane. A questi due vettori Ogboh aggiunge una tensione che per tutto il disco sembra mettere in dialogo occidente e continente africano, o per meglio dire un nord del mondo occidentale già assonnato e un sud che spinge e pulsa per dare nuova linfa vitale creativa.  “Lekki Aiah Freeway” inizia col suono del fruscio di un vecchio vinile (il vecchio mondo) che piano piano si stringe nello sfondo per lasciare spazio a un fraseggio tribale che è ossatura e carne del pezzo. Il mondo disegnato da Emeka Ogboh è in continuo dialogo tra elementi elettronici tipici delle società avanzate (i loop di “Danfo Mellow” per esempio) e le mille risonanze di Lagos, la sua città di origine, compresso in una selva di field recordings che vanno ben oltre il regno naturale: vengono processate frequenze radio, rumore del traffico, frammenti di conversazioni captate quasi per caso (probabilmente tra passeggeri dei danfo, il sistema di taxi sharing nigeriano), e ancora colpi di clacson, brusio e chiacchiericcio che trovi nei mercati, annunci pubblici, rumore di gente che cammina, gente che corre, gente che urla, gente che si incontra. È Lagos, ma potrebbe sembrare Portobello Road, o Porta Portese, o il centro di Berlino o qualunque altra città europea. 

Il risultato è un disco che travalica i generi, anzi li spappola per ricompattarli in qualcosa di nuovo: c’è una reminiscenza di funky, c’è drum’n’bass soffusa (“Everydaywehustlin”), c’è l’ormai consueto cortocircuito tra musica suonata e musica riciclata da un’Intelligenza artificiale, tra umano e sintetico, c’è musica ambient fatta come non si era sentita mai (“Palm Groove,” forse il pezzo che più lega questo disco al sopra citato Peel) e c’è un’attitudine post-rave e di certo gran parte della musica qui contenuta non è pensabile se non come qualcosa che può essere pensata e realizzata solo dopo l’epoca dei rave. 

Behind the Yellow Haze è un trip ambient che ti avvolge e ti rapisce, ti porta in un mondo che è sospeso tra tribalismi sanguigni e industrialismi decadenti, passa per ogni genere conosciuto, per tutti i linguaggi dell’elettronica, sfreccia tra un occidente stanco e un futuro che già pulsa là sotto. E tu non puoi che restare in religioso ascolto per 40 minuti, e a bocca aperta.

 

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