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Merk & Kremont: «Il nostro obiettivo? Tirar fuori il lato internazionale degli artisti»

Merk & Kremont, producer italiani adorati all’estero (e anche in patria), hanno da poco pubblicato il singolo She’s Wild. L’intervista

Federico Mercuri e Giordano Cremona, meglio conosciuti con il moniker Merk & Kremont, sono una piccola grande gloria tutta italiana del panorama dance internazionale. Il loro progetto li ha portati a esibirsi in giro per il mondo – dal Pacha di Ibiza all’Ultra Music Festival di Miami – ma mantengono un occhio di riguardo per l’italianità: con il loro tocco hanno firmato il sound di singoli di successo per artisti mainstream da Ghali a Fabio Rovazzi, da Shade a Benji & Fede. Venerdì 12 febbraio hanno pubblicato il loro nuovo singolo: She’s Wild, realizzato con il cantautore londinese The Beach. Ne abbiamo approfittato per farci raccontare com’è il mestiere del DJ/producer ai tempi del Covid (e su quali artisti italiani loro scommetterebbero).

She’s Wild ha delle sonorità che solitamente definiremmo molto estive. Il fatto che la fate uscire adesso significa che volete regalare spensieratezza agli ascoltatori? O che comunque la musica non conosce più stagionalità, come per esempio il reggaeton ci ha dimostrato da qualche anno?

Kremont L’idea principale era appunto quella di regalare al pubblico un po’ di spensieratezza. In un periodo in cui proviamo tanta angoscia e tanta solitudine, volevamo andare controcorrente e anticipare un po’ i tempi con un sound più fresco e leggero, che poi è l’anima che esploriamo nella musica pop. Certamente è anche vero il fenomeno che le stagionalità stiano andando a decadere, anche nella musica italiana.

Dal vostro sguardo, era un fenomeno già in atto ai tempi dei vostri esordi o è una cosa proprio degli ultimi anni?

K Per me è una tendenza degli ultimi due o tre anni, perlomeno in Italia. Sicuramente avveniva già in altre parti del mondo. Sottovalutiamo il fatto che molta musica latin viene proposta ad anno “inverso”: la loro estate è il nostro inverno. Per questo il reggaeton ha anticipato il fenomeno.

Questo nuovo singolo vede come vocalist The Beach. Voi come scegliete gli interpreti che poi danno voce alle vostre produzioni?

Merk Questa canzone è nata proprio insieme a The Beach. L’abbiamo conosciuto lo stesso giorno in cui abbiamo creato la canzone. Abbiamo provato a farla ricantare ad altri interpreti, ma alla fine abbiamo deciso di usare la sua voce perché era proprio quella giusta, invece che ricorrere a collaborazioni fatte a tavolino.

Sempre in tema di collaborazioni, l’anno scorso usciva il singolo Numb con la vocalist Svea e il featuring di Ernia, un connubio piuttosto particolare. Che “esperimento” voleva essere quel brano?

M Volevamo provare a fare qualcosa di nuovo, a unire una canzone nata in Svezia, proprio insieme a Svea, con un artista italiano, perché comunque noi siamo orgogliosi della nostra italianità. È stata una prova, una scommessa.

Quel mondo scandinavo cosa rappresenta per voi oggi?

M In Svezia ci sono alcuni dei produttori più bravi al mondo. Uno dei numeri uno, Max Martin, è proprio svedese. Ha prodotto tutte le canzoni famose di Britney SpearsBackstreet Boys, Maroon 5… Poi c’è stata la svolta nella musica dance con gli Swedish House Mafia, Alesso, Avicii. Gli svedesi, ma in generale i nordici, sono sempre stati grandi “influencer” di tutto quello che è il sound pop. Mi ricordo che a tal proposito Avicii in un’intervista spiegò: «Perché fa freddo. D’inverno non abbiamo nulla da fare…».

Voi avete all’attivo molte collaborazioni con artisti italiani, come Ghali, Fabio Rovazzi, Benji & Fede, Il Pagante, Shade… Secondo voi, quando un artista richiede il vostro “tocco” cosa si aspetta da voi in particolare?

Secondo me la qualità principale è che noi cerchiamo di trovare la cosa più internazionale all’interno del loro percorso. Avendo noi avuto una carriera e un approccio alla discografia più internazionali di altri, magari riusciamo a intercettare quello che potrebbe essere un sound americano, inglese, svedese e adattarlo al sound italiano delle loro topline. Per esempio Good Times di Ghali era un brano che originariamente avevamo scritto per noi. L’abbiamo scritto a Los Angeles con un autore che si chiama Josh Cumbee, dopodiché quando lui l’ha sentito ha deciso di farlo suo. Magari molti altri avrebbero rifiutato, perché troppo distante dal loro sound. Invece lui ha portato il suo mondo all’interno delle nostre sonorità. Da questo connubio è scattata la magia.

In queste cose avete notato differenze di mentalità fra artisti italiani e internazionali?

K Nel caso di Ghali è stato un sodalizio fra due mentalità diverse, e qui secondo me sta la grandezza di un artista: avere la mente talmente aperta da fare qualcosa che non faresti normalmente. In questo non c’è una vera e propria differenza fra italiani e stranieri. Ci sono artisti forti e meno forti. Quelli forti hanno la tendenza ad avere questa mentalità molto aperta ed essere flessibili sul loro percorso e sul lavoro che fanno con i produttori.

Dal vostro punto di vista di produttori e artisti internazionali, secondo voi ci sono artisti italiani che hanno le carte in regola per sfondare all’estero?

Per me, tha Supreme. Lui è produttore, ha una grande capacità di scrivere topline particolari, fresche anche in un’ottica internazionale, ed è pure artista in tutti i sensi. Quindi ha tre caratteristiche che potrebbero fargli fare grandi numeri anche all’estero.

Io dico sicuramente Ghali, che fa un sound che non è italiano. Inoltre è un bellissimo personaggio, anche grazie al vestiario, alla moda, al mondo che riesce a creare intorno a lui. Secondo me, una chiave per spaccare all’estero è non cercare di farlo a tutti i costi. Cercarlo troppo è un’arma a doppio taglio. Ce la possono benissimo fare continuando a fare il loro.

Voi di solito siete abituati a girare il mondo per locali e festival importanti, cosa che evidentemente nel corso dell’ultimo anno non avete potuto fare. Come avete riorganizzato la vostra vita professionale in questo periodo, dovendo rinunciare ai live?

K L’aspetto più visibile è la nostra routine di sveglia, che ha avuto un forte cambio in positivo. Fare anche due o tre serate a settimana tirando fino alle 6 di mattina ti porta via la capacità di svegliarti in maniera regolare. Adesso invece riusciamo a lavorare da mattina a sera, con orari giusti, aumentando in positivo il nostro approccio metodico al lavoro in studio. Ci sentiamo molto più creativi e produttivi.

Da tre anni voi fate parte di casa Universal, però prosegue anche il vostro rapporto con la mitica Spinnin’ Records, tant’è che è con quella label che avete pubblicato il precedente singolo Do It. Mi raccontate un po’ le soddisfazioni che vi ha regalato il percorso fatto con quell’etichetta?

K Sono stati i primi a firmare una nostra canzone, tra l’altro in un pool: era una sorta di contest. Ricordo che dopo un paio di settimane contattò una piccola etichetta che voleva pubblicare il pezzo, così noi pensammo “meglio di niente” e chiedemmo alla Spinnin’ di toglierla dal contest. Ma a quel punto ci scrissero dicendo che la volevano loro! Quindi da lì è nato il rapporto. Chissà se non gli avessimo detto che volevamo ritirarci… (ride, ndr)

Voi l’anno scorso avete firmato la produzione di No Grazie di Junior Cally, e in generale gli anni recenti ci hanno dimostrato che i producer sono sempre più protagonisti a Sanremo. Questa vostra “partecipazione” al Festival come è stata? E in generale che tipo di esperienza è Sanremo per un producer?

K Sicuramente è stata una cosa nuova. Ci piace molto Sanremo, l’abbiamo sempre seguito ma ovviamente non conoscevamo bene tutte le sue dinamiche. È vero che nell’ultimo periodo i produttori sono diventati sempre più protagonisti, quindi abbiamo voluto fare quest’esperienza con la canzone di Junior Cally, sulla quale purtroppo hanno poi prevalso le varie polemiche.

M Diciamo che siamo partiti col botto, dai!

K Comunque ci piacerebbe rimetterci in gioco e portare nuovo contenuto artistico all’interno del Festival, in futuro.

 

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